L’aumento dei prezzi degli alimenti in Brasile secondo João Pedro Stedile

Il Brasile sta vivendo un momento di grande espansione economica e, innegabilmente, il pezzo di società che sta usufruendo (in grande o in minima parte) di questa crescita non è irrisorio.
Ma le profonde disparità all’interno delle classi e delle zone geografiche continuano. In particolare, grava sui più poveri il continuo aumento dei prezzi di una risorsa fondamentale: il cibo.

João Pedro Stedile, uno dei capi ventennali dell’MST (Movimento dos trabalhadores rurais Sem Terra) e figura di spicco (a tratti ingombrante) di Via Campesina, propone un’analisi succinta ma precisa, apparsa sul numero di febbraio della rivista Caros Amigos (n° 167).

La traduzione, come sempre, è mia. I commenti sono tra [quadre].

 

L’aumento dei prezzi degli alimenti e l’agronegocio*.

 

[*agronegocio: traduzione dell'inglese agrobusiness, indica la filiera di produzione e lavorazione industriale dei prodotti agricoli. In Brasile, l'MST utilizza questo termine in contrapposizione a modi di produzione famigliari e cooperativistici]

FATTO 1: i prezzi degli alimenti sono aumentati in media nel 13% negli ultimi 12 mesi. Alcuni prodotti sono arrivati al 30%. E tutti sentiamo la differenza, alla cassa del supermercato come al mercato di quartiere.. Questo aumento è stata la causa principale dell’inflazione che è arrivata al 6% annuo. Una inflazione superiore all’aumento del salario minimo che i parlamentari avrebbero voluto concedere. Per questo motivo, questo costo grava direttamente su tutta la popolazione brasiliana nell’acquisto dei beni alimentari e indirettamente negli aggiustamenti legati all’inflazione di affitti, rate,…

FATTO 2: I porta-voce delle agenzie governative e dei settori dell’agronegocio hanno pubblicato, entusiasti, che la produzione agricola nel Brasile continua a crescere, e che nell’ultimo raccolto abbiamo raggiunto quota 130 milioni tonnellate di grano.

FATTO 3: La lista delle esportazioni del Brasile è tornata ad essere simile con quella del 1960. Cinque prodotti tra materie prime e prodotti agricoli (ferro e petrolio grezzi, soia, zucchero/etanolo e carne) rappresentano da soli la metà dell'ammontare delle esportazioni. Siamo tornati ad essere un paese agro-esportatore: questo è il ruolo che ci impone la divisione internazionale della produzione capitalista.

DOMANDA 1: Le regole che presiedevano il capitalismo commerciale determinavano che sempre in presenza di un aumento di produzione e di produttività del lavoro (meno tempo di lavoro per una maggior produzione) i prezzi delle merci fossero destinati a cadere. Gli economisti spiegavano che, in presenza di una maggior offerta dello stesso prodotto per lo stesso numero di consumatori, il prezzo cadrebbe naturalmente, finché la produzione non tornasse ad adeguarsi alla domanda. Ma allora, perché aumenta la produzione agricola ma i prezzi non cadono?

RISPOSTA 1: Perchè attualmente il capitalismo è organizzato nella sua fase imperialista, egemonizzato dal capitale finanziario e dalle grandi imprese transnazionali che controllano il mercato a livello mondiale. Controllare il mercato significa controllare la produzione (offerta di merci), i compratori e i prezzi. Pertanto, i prezzi non sono più fissati solo dal costo di produzione delle merci, ma dal controllo oligopolizzato da queste mega-imprese. A titolo di esempio, qua in Brasile le 50 maggiori imprese che lavorano con prodotti agricoli controllano l'80% di tutto il mercato.

RISPOSTA 2: L'agricoltura brasiliana è dominata dagli stessi interessi che regolano la divisione internazionale del lavoro. Al territorio brasiliano è "toccata" la produzione di soia, zucchero, etanolo e vari tipi di carne (pollo, carne bovina e suina, praticamente senza nessun processo di elaborazione industriale). Circa l'80% di tutte le terre destinate a uso agricolo sono occupate da questi tre prodotti, ossia soia, canna da zucchero e allevamento (non annessi e connessi, tipo il mais per alimentare galline e porcelli). In altri termini, la società brasiliana paga un alto prezzo in termini di disponibilità del suo territorio per soddisfare gli interessi del capitale straniero. E per questo motivo il popolo è spinto nelle periferie delle grandi città [la popolazione rurale continua a decrescere]. Tutto questo succede perchè il territorio è destinato alle merci di cui i signori del vapore mondiale hanno bisogno, non al popolo brasiliano per viverci. Le priorità si sono invertite: prima le merci, poi le persone.

RISPOSTA 3: Le leggi che governano il capitalismo  per quello che riguarda la produzione agricola, determinano che  esista un rendimento medio della terra e che ci sia anche un rendimento straordinario dovuto a fattori tipo una miglior fertilità o vicinanza al mercato. Questo rendimento medio è determinato da alcuni prodotti che fanno da traino anche per gli altri. Dato che in Brasile la soia ha un prezzo alto [mercato internazionale] e la canna da zucchero ha come prodotto derivato l'etanolo, che ha un prezzo che si relaziona con quello (alto) del petrolio, i prezzi medi di tutti i prodotti agricoli sono stati spinti verso l'alto. Perchè, se così non fosse, tutti i produttori migrerebbero dal riso, dai fagioli, dal latte, etc... alla soia e alla canna.

RISPOSTA 4: Nonostante la maggior parte degli alimenti che vanno nelle tavole dei brasiliani sia prodotta da una agricoltura di tipo famigliare, è stato impiantato in Brasile il modello nord-americano di "agronegocio" [], che controlla anche la produzione famigliare per mezzo delle grandi imprese che forniscono le materie prime (concimi, sementi, ...) controllando così il mercato e i prezzi. Un esempio chiarificatore è il latte. Un agricoltore consegna il latte a 60 centesimi di R$ al litro, ma la Nestlé [sempre lei, maledetta!] riceve, processa, crea prodotti derivati e rivende almeno a 1,8 R$ il cartone di un litro di latte... Chi ci guadagna con il latte in Brasile? Le grandi imprese che controllano il mercato! [tra cui, in Brasile e parlando di latte, c'è anche la Parmalat!].

CONCLUSIONE: I prezzi degli alimenti aumentano nel Brasile e nel mondo, perché gli alimenti sono stati trasformati dal modello dell'agronegocio in semplici merci sotto il controllo di un oligopolio di poche imprese. E la società, necessariamente formata da consumatori di alimenti, paga il conto per mantenere i tassi di lucro per le imprese. In altri termini, non è aumentato il costo di produzione degli alimenti, né è diminuita la produzione: quello che è aumentato è il lucro delle imprese e tutti noi dobbiamo saldare il conto.

Suggerisco che Chico Buarque riscriva la musica Fado Tropical sull' imenso Portugal, dei tempi della dittatura, giacché, adesso, siamo noi uno immenso "podere coloniale, amministrata da poche imprese transnazionali"!
 

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