Sul numero di luglio di “Caros Amigos” (numero 160/2010) è presente una lunga intervista all’eclettico Frei Betto, nella quale, i numerosi intervistatori (Gabriela Moncau, Hamilton Octavio da Souza, Lucia Rodrigues, Tatiana Merlino) spaziano con domande a 360° su politica brasiliana (il 3 ottobre ci saranno le elezioni presidenziali), internazionale, gli anni della dittatura, il PT (il Partido dos Trabalhadores, di cui fa parte Lula), la CUT (la Central Unica dos Trabalhadores, il sindacato che si formò con le lotte degli anni Ottanta), l’MST (il Movimento dos Trabalhadores Rurais Sem Terra, il più grande movimento rurale dell’America Latina). Sebbene in una prospettiva critica, il frate dominicano più volte nell’articolo si augura una continuità col governo Lula, invitando quindi a votare, neanche tanto velatamente, per Dilma Rousseff, la delfina del presidente uscente. E, coerentemente con questa posizione, ribadisce più volte la come questi otto anni di governo Petista siano stati i migliori che il Brasile democratico abbia avuto. Ma la parte più interessante dell’articolo è senza dubbio quella in cui Frei Betto critica con puntualità e precisione le criticità e i tradimenti di questi otto anni: le mancate riforme, l’abbandono del progetto Fome Zero, la genuflessione verso il capitale straniero e il debito estero. E, immancabile, una disamina attenta dei rapporti tra movimenti e potere politico.Riporto di seguito alcuni di questi brani estratti dal lungo articolo, con considerazioni e annotazioni tra parentesi quadre. La traduzione (come il corsivo) è mia.
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HOS:Lei ha accompagnato la nascita del PT e della CUT. Come analizza questo processo? Il mio primo incontro con Lula è avvenuto nel gennaio 1980. E la fondazione del PT era fissata per il mese seguente. Ho chiesto a Lula: “Guarda, fondando un partito, voialtri correte il rischio di travolgere tutti i movimenti sociali”. E Lula: “Beh, hai ragione. Cosa facciamo, quindi?”. Io: “Dobbiamo costruire una articolazione di movimenti sociali e sindacali che garantisca questa separazione [dal potere politico], preservando l’autonomia e l’indipendenza dei movimenti sindacali e popolari rispetto al PT”. Lula si è detto d’accordo e all’inizio di febbraio, prima di fondare il PT, abbiamo organizzato un incontro che produsse il famoso documento di Joao Molevade, che ancora oggi è citato da Lula perché è fatto molto bene, nel senso che colloca le basi della relazione partito, sindacato, movimento, chiesa indicando la loro complementarietà. [Un giudizio molto opinabile: partiti e istituzioni in generale non sono “complementari”, ma ostici nei confronti dei movimenti]. Così è nata l’Anampos (Articulaçao Nacional de Movimentos Populares e Sindcais). In seguito, con la fondazione della CUT nell’83, la “s” di Sindacais e passata a essere solo il plurale di “Populares”. Nel 90 abbiamo poi fondato la centrale dei movimenti popolari, che non ha avuto la stessa partecipazione della CUT, ma comunque è una realtà. Oggi percepisco che sono stati due strumenti (una ricchezza), insieme con l’MST, con vari altri movimenti popolari, di donne, che hanno portato Lula alla presidenza. Non è stata la “Carta ai Brasiliani”, è stata l’organizzazione dei brasiliani poveri degli anni 70, 80 e 90. Sono stati trenta anni di lavoro di base molto serio, al quale il PT ha dato un grande contributo. Oggi reclamo che il PT, una volta conquistato il governo federale, non abbia mantenuto tutta quella impostazione che era presente nei documenti dell’Anampos. [In realtà non poteva essere altrimenti, perché, per arrivare dove è arrivato, Lula (e il PT) hanno dovuto vendere l’anima al diavolo, ossia al capitale internazionale, ai latifondisti e al FMI. Vendita sancita proprio con Carta ai Brasiliani]. In altre parole, il governo federale ha cooptato una parte importante del movimento, soprattutto della CUT. A mio modo di vedere oggi la CUT rappresenta molto più il governo insieme ai lavoratori che i lavoratori insieme al governo. E, dal canto suo, il PT (e il gruppo egemonico che lo controlla) ha sacrificato un progetto “di Brasile” per un progetto di potere. Tutto questo è analizzato dettagliatamente nel mio libro “La mosca Azzurra”. Tutto questo processo è talmente avanzato che, invece di appoggiarsi ai movimenti per governare, come tenta di fare Evo Morales, Lula , fin dal suo primo mandato, ha abbandonato i movimenti e ha cercato l’appoggio (tradizionale) del congresso [e dei poteri economici]. Ma dal momento che il congresso è dominato da forze politiche conservatrici, contrarie a tutto quello che ha ispirato la formazione del PT, Lula ha finito per darsi a queste forze reazionarie. E questo è evidente oggi nella importanza che il PMDBha nel processo di successione di Lula. […]
TM: A causa di questa scelta [lasciare i movimenti e appoggiarsi alle forze conservatrici in senato e ai poteri economici nazionali e internazionali] il governo ha dovuto fare molte concessioni? È mia opinione che la maggior parte delle concessioni che questo governo ha fatto siano parte della sfera economica. Se consideriamo che il governo butta via a causa del debito pubblico quasi 300 miliardi di reais per alimentare la speculazione del mercato finanziario e appena 44 miliardi nel campo della salute e ancora meno nel campo dell’educazione, si deve concludere che è una sproporzione molto grande. Poi c’è questa politica di alti tassi di interesse. Oggi c’è un debito interno di 2 miliardi di reais e il debito esterno tende a crescere. Il Brasile è diventato il paradiso del capitale speculativo. Si plaude, come se fosse un grande merito, al fatto che il capitale straniero affluisce copiosamente in Brasile, come se questo non avesse un peso enorme sul lungo periodo per questo paese. A parte questo, la principale critica che ho è che questi anni sono stati otto anni di governo senza nessuna riforma strutturale: né agraria, né fiscale, né politica, né di salute pubblica, né di educazione. Nonostante questo, continuo a pensare che sia stato il miglior governo che abbiamo avuto, ma io nutrivo speranze maggiori.
TM: E come valuta la situazione delle forze di sinistra oggi nel Paese? Con molta preoccupazione. Per prima cosa, perché la caduta del muro di Berlino ha fatto crollare e smobilitare quello che chiamo sinistra ideologica, retoricamente ideologica. Quella che conosceva l’opera omnia di Marx, Engels, Lenin, Trotsky, Mao Tse-Tung, Che Guevara, ma non conosceva il popolo. È stato un sollievo per costoro la caduta del muro, perché oggi possono essere borghesi senza senso di colpa. Ma c’è un’altra sinistra, che ha come riferimento del suo essere socialista il favorire la liberazione dei poveri dalla povertà: si tratta, principalmente, della sinistra di trazione cristiana, di quella sinistra che faceva lavoro di base che andava nelle periferie, che partecipava delle comunità ecclesiali di base e delle pastorali popolari. Per esempio, nella CPT (Commissione Pastorale della Terra), dove nacque l’MST, nel Cimi (Conselho Indigenista Missionario) questo tipo di sinistra continua e è proprio quello che rimane della sinistra. [In verità anche in questi ambienti le posizioni di sinistra si sono notevolmente ridimensionate: nessun luogo è un’isola immune alle modifiche della società.] Oggi rimango indignato nel vedere vecchi compagni di sinistra professare in pubblico con tanta convinzione che il capitalismo è umanizzabile o riformabile. Ossia, esiste solo una spiegazione per questo: è quello che succede quando qualcuno scambia un progetto di un popolo, di emancipazione di una nazione, per un progetto personale o collettivo di potere[ sulla questione, consiglio di leggere uno dei migliori libri di F. Betto: “La mosca azzurra”]. Per questa via fa una serie di concessioni che contrastano con i principi che erano anteriormente difesi. E, allo stesso tempo, non contempla quello che è più importante, ossia la drastica riduzione della disuguaglianza sociale di questo paese. […]
GM: ritiene possibile una reale trasformazione sociale attraverso lo strumento statale? No, io credo in una trasformazione per mezzo della mobilizzazione popolare che, a sua volta, esercita una pressione sullo stato. Ho appreso due grandi lezioni stando al governo [primi 3 anni del primo governo Lula, come assessore al programma Fome Zero]. La prima è che il governo è come i fagioli: la cosa funziona solo in una pentola a pressione. [Il riferimento è al modo tipicamente brasiliano di cucinare i fagioli che è, sempre e rigorosamente, nella pentola a pressione ]. Il problema è che chi pressiona più forte generalmente sono le elite attraverso il sistema di lobby ben pagate e organizzate. Noi, i movimenti sociali, abbiamo bisogno di fare la stessa cosa. Oggi, dopo essere uscito dal governo, sono un felice ING, Individuo Non Governativo. Mi dedico, oltre alla scrivere, a seguire e dare una mano ai movimenti sociali: questo faccio. La seconda cosa che ho imparato è che il governo non muta nessuno, semplicemente il potere rivela le persone per quello che sono.
TM: Perché dal 2002 ad oggi la forza dei movimenti sociali che portarono Lula al governo non sono servite da supporto affinché proprio il governo avanzasse di più nelle riforme? Un giorno Fidel mi disse che uno degli errori della rivoluzione è che promettiamo tanto per il popolo che quando arriviamo al potere, quello stesso popolo che si era precedentemente mobilitato per dare supporto alla rivoluzione, cade nell’inerzia, e scopriamo che il popolo guardava alla rivoluzione come chi guarda una grande vacca che deve dare una tetta per ogni bocca. In un certo senso, questo è successo nel Brasile con l’elezione di Lula. I movimenti sociali, invece di mantenere la mobilizzazione, si sono fermati per celebrare Lula che con la bacchetta magica avrebbe fatto tutti i miracoli necessari per realizzare le nostre rivendicazioni e speranze. È così che i movimenti hanno smobilitato. […]
